18 anni passano in fretta.

L'affido raccontato da un "fratello"

La mia storia dell’affido comincia il 1 luglio del 1993.
Sono 18 anni.Non sono moltissimi; ma lo sono per raccontarli in una pagina sola. Mio fratello Leonardo ne aveva 15, tre e mezzo meno di me.
Il suo arrivo fu particolare ed è piacevole risalire alle origini.Nella primavera del 1993 dopo tanti anni di lontananza una suora di un convento a Milano iniziò a frequentare spesso la mia famiglia in nome di una ventennale amicizia. Iniziò a venire da noi molto spesso e alla terza o quarta volta che la vedevo a casa dei miei genitori a mangiare una fetta di torta sul divano, dalla cucina sentii che proponeva di portarsi un ragazzino con noi nelle nostre consuete gite domenicali. Ho un fratello adottivo e molte persone son passate da casa, quindi il mio primo pensiero fu: “Ecco, dovrò ricominciare a dormire con qualcuno in camera...E vabbè!”
Ci furono poi le gite fuori porta e lo studiarsi, il cercare di capire un po’ chi si aveva davanti e il cercare di fare i conti con la diversità: non si è nati insieme, non si ha lo stesso sangue. È inutile raccontarselo.
Alla fine quel Leonardo non era male, aveva qualche problema che nasceva dalla famiglia d’origine ed era molto silenzioso ma sostanzialmente sembrava gestibile: e allora, perché dire di no?
Il giorno del suo ingresso ufficiale non lo ricordo assolutamente in quanto non ci furono imbarazzi o timidezze, fu tutto talmente naturale da sembrare addirittura surreale.
Leonardo parlava di cartoni animati e videogiochi tutto il giorno ed era capace di giocare tante ore di fila senza stancarsi. Quando era a casa sua, questa era la sua isola felice e questo era il modo di scappare pur rimanendo tra quattro mura.
Ora cominciava la vita vera ed era dura, durissima per tutti. Era dura per lui che doveva abituarsi a relazionarsi con gente che per lui veniva da un altro pianeta. Eravamo una famiglia nella norma, fatta di un padre che lavora, di una madre che cresce i figli che vanno a scuola e all’università. Ma era dura pure per me che negli ultimi anni mi ero abituato ad essere l’ultimo figlio che si godeva la propria autonomia e il proprio disimpegno.
Uno dei fatti che mi colpì maggiormente fu che fin dal primo giorno Leonardo chiamava i miei genitori mamma e papà, non Francesca e Daniele, ma non ne ero geloso, ero stranito e mi faceva sorridere.
Io ero suo fratello, come peraltro lui il mio.
Come ho detto diciotto anni sono lunghi da raccontare e costellati sia da momenti belli sia da avvenimenti drammatici. Leonardo al suo arrivo veniva da una situazione famigliare nella quale la normalità era rapportarsi con la violenza, per cui mi è capitato più volte di trovarmi con il coltello puntato alla gola nel corso di liti fra fratelli. Sinceramente non era facile mantenere la calma ma alla fine bastava far vedere che non si cedeva per ricevere poi abbracci e scuse. Ci son stati anche momenti difficili per i miei genitori, soprattutto inizialmente, quando gli incontri con la famiglia di origine erano periodici e lasciavano dietro di sé delle sofferenze lancinanti per Leonardo che veniva profondamente turbato da stress psicologici pazzeschi.
E ogni volta sembrava di dover ricominciare da capo nell’opera educativa in cui noi tutti eravamo coinvolti giorno per giorno.
Il nostro rapporto negli anni si era stabilizzato nel binomio di due fratelli in cui io ero quello serio e maturo, lui lo “scoppiato”. Passavamo le giornate a prenderci in giro fino allo sfinimento, una specie di gioco al massacro che ci faceva vivere bene.
E gli anni passavano in fretta tra me che frequentavo l’università serenamente e lui che, terminata la scuola professionale,  aveva iniziato a lavorare in una rivista di videogiochi.
Da tutto questo torpore ci si è svegliati nel 2000 quando le normali liti famigliari tra ragazzi stavano lasciando il posto a spintoni e a un’aggressività spesso minata da frequentazioni con veri e propri delinquenti:  avevo molta paura e avevo iniziato a temere Leonardo perché, ignaro del cambiamento in atto, non ero più in grado di dominare la situazione. Il momento era difficile e la famigliarità che si era creata stava lasciando il posto a una estraneità di fondo che, in breve tempo, portò inevitabilmente al distacco definitivo.
Un giorno del gennaio del 2001 Leonardo decise di andarsene lasciando dietro di sé una grande amarezza.
Il percorso educativo era fallito, o almeno così credevamo, ma lo si era messo in conto che in ultima istanza la felicità di una persona non è nella nostre mani.
Ci fu poi un anno e mezzo terribile durante il quale le notizie che si avevano di Leonardo erano che stava facendo una brutta fine e frequentava brutte compagnie. Era un momento indubbiamente difficile per tutti.
Arrivò poi l’autunno del 2002 quando un Leonardo contrito bussò alla porta di casa chiedendo di poter rientrare nella famiglia per riprendere una vita quasi normale. Aveva lasciato la rivista dove lavorava ma aveva smesso di cercare l’evasione in ogni modo e le intenzioni erano più che buone, quindi, con un po’ di titubanza di fondo, si decise di riaprirgli definitivamente la porta pur senza lasciargli le chiavi.
Ma non era tutto come prima, la fiducia non c’era più ed era impossibile andare avanti come se nulla fosse successo, quindi Leonardo rimase da noi qualche settimana per poi andare a vivere in una casa con degli extracomunitari. Iniziò a fare lavori saltuari ma continuava a vivere in maniera sregolata eccedendo spesso e frequentando persone poco raccomandabili.
Leonardo era vittima della sua fragilità che nasceva da quello che nella vita aveva visto o vissuto. Ogni tanto gli giravano per la testa i classici tormentoni educativi di nostro padre come degli allarmi improvvisi.
E fu così che, senza preavviso, in un locale nel quale era andato a bere a volontà si presentò una cameriera carina e dai modi gentili. Una ragazzina di ventidue anni posata e silenziosa.
La Provvidenza arriva sempre, basta saperla riconoscere e non farsi troppe domande: si accetta o no. Leonardo rimase colpito. Continuava a pensare a lei anche a sbornia smaltita, tanto da continuare a frequentare quel locale tutte le sere per poterla conoscere meglio. Furono due mesi intensi di corteggiamento e gli amici rimanevano sempre sullo sfondo: sempre brutte compagnie, ma un po’ meno.
E alla fine lei, molto più matura di lui, si convinse che si poteva andare oltre nel rapporto e costruire qualcosa di buono a patto che Leonardo smettesse di fare la vita sregolata che andava avanti a fare. E alla fine lei lo pose davanti alla scelta se prendere lei o gli amici. D’altronde o si accetta o no.
Leonardo decise di affidarsi a lei fino a farsi sequestrare il cellulare e a portarla a casa tutte le sere dall’altra parte di Milano, per poi tornare a piedi a notte fonda a casa sua.
Visto che il rapporto con me si era allentato ma non interrotto ero veramente contento che Leonardo fosse felice e avesse trovato una “brava ragazza” con la quale aveva intenzione di andare addirittura a convivere.
Il passare del tempo stava facendo rinascere il nostro rapporto rendendolo più essenziale ma anche più forte, al punto che nel 2005 Leonardo mi propose di essere testimone al suo matrimonio.
Da allora a oggi è stato un cammino comune di crescita e oggi più di ieri ci sentiamo spesso, ci confrontiamo su tutti gli argomenti, dai più profondi e quotidiani a quelli più stupidi. Si ride moltissimo al punto che spesso penso alle sue battute fulminanti e rido da solo perché è indubbiamente una persona divertente ma anche seria e grata che cerca il compimento, suo e di sua moglie.
 

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